Chip crunch, la crisi dei semiconduttori che fa tremare il mercato dell’auto

La crisi dei semiconduttori, che gli anglosassoni hanno chiamato chip crunch, ha letteralmente messo in ginocchio il mercato, soprattutto automobilistico, ma non solo. La carenza dei semiconduttori, materiali di base con cui si costruiscono i chip elettronici, ha fatto si che la domanda superasse enormemente l’offerta. Le vendite dei veicoli quest’anno sono crollate, e tante case automobilistiche hanno dovuto rivedere al ribasso le stime di crescita per il biennio 2022-2023. A questo si aggiunge la crisi politica in Afghanistan, che ha avuto ripercussioni importanti sull’approvvigionamento di materie prime. Una tempesta perfetta che rischia di far slittare, e non di poco, gli obbiettivi climatici e di transizione energetica promessi da molti governi. Ma c’è anche chi sorride alla crisi.

Il mercato dei chip si è sbilanciato nettamente a favore dell'elettronica di consumo, a scapito di quello dell'auto
Il mercato dei chip si è sbilanciato nettamente a favore dell’elettronica di consumo, a scapito di quello dell’auto. Credit: Pexels.com

La dipendenza della società moderna dai chip

Oggi tutto, o quasi, ha bisogno di un chip. Ognuno di noi ha un cellulare, un computer, fisso o portatile, oppure un tablet, una smart TV etc. Le nostre auto hanno sistemi di assistenza alla guida elettronici, sensori, telecamere, centraline per i climatizzatori, GPS, connessione wireless con gli smartphone, sedili elettrici, spesso anche climatizzati, regolazioni elettroniche per sospensioni, sterzo e cambio. Ognuno di questi sistemi necessita del suo piccolo cervello elettronico. Per non parlare dei grossi sistemi informatici aziendali, degli impianti industriali con macchinari a controllo numerico, attrezzature mediche negli ospedali e accumulatori di energia nei parchi eolici e fotovoltaici. Siamo continuamente circondati da chip, ovunque e in qualunque momento. Cosa succederebbe se la disponibilità di questi ultimi calasse all’improvviso? La risposta è davanti ai nostri occhi in questi ultimi mesi, ed è tutt’altro che incoraggiante.

La crisi dei semiconduttori ha spinto molte case a produrre da sole alcuni componenti elettronici: in foto lo stabilimento Mercedes
La crisi dei semiconduttori ha spinto molte case a produrre da sole alcuni componenti elettronici: in foto lo stabilimento Mercedes. Credit: Daimler Global Media Site

La pandemia ha fatto esplodere la crisi dei semiconduttori

I problemi sono cominciati, almeno in buona parte, con la pandemia da Covid-19. Oltre il 90% dei chip e delle batterie sono infatti prodotti in Asia, soprattutto in Cina, Korea e Malesia, e i paesi asiatici sono stati fra i più colpiti dalla pandemia. In realtà la crisi dei semiconduttori ha origine da più lontano. Tutto è cominciato con l’enorme crescita della domanda di dispositivi elettronici che si è avuta negli ultimi anni, che ha portato le case produttrici a investire enormi quantità di denaro nella produzione di chip destinati all’elettronica di consumo, mercato nettamente più redditizio di quello automobilistico. Con lo scoppio della Pandemia e l’inizio dello smartworking, la richiesta di dispositivi elettronici è cresciuta ulteriormente, mentre è calata drasticamente quella di autoveicoli. Molte aziende produttrici di chip avevano previsto un assestamento della domanda, che invece è aumentata ancora a causa del lockdown, costringendole ad aumentare rapidamente la produzione, soprattutto quella destinata all’elettronica di consumo, lasciando a secco l’industria automobilistica.

L'incidente della Ever Given ha peggiorato la crisi dei semiconduttori
L’incidente della Ever Given ha peggiorato la crisi dei semiconduttori. Credit: LaStampa.it

Le concause della crisi dei semiconduttori

Altri eventi catastrofici hanno contribuito ad acuire la crisi dei semiconduttori. Lo scorso marzo un vasto incendio ha devastato lo stabilimento giapponese della Renesas Electronics. Pochi giorni dopo, sempre a marzo, l’incidente della nave cargo Ever Given nel canale di Suez genera un blocco di diversi giorni della più trafficata e importante via commerciale marittima del mondo, interrompendo le forniture di chip e batterie dall’Asia all’Europa. Più recentemente, l’incidente di un pallone aerostatico nei pressi di Dresda ha causato un blackout nei vicini stabilimenti Infineon e Bosch, bloccando la produzione. Le case automobilistiche si sono trovate ad assemblare vetture prive di chip, da aggiungere poi in concessionaria. Alcune hanno interrotto intere linee produttive, altre hanno rimandato il lancio di nuovi modelli. I tempi di attesa per la consegna di veicoli ai clienti si sono allungati anche oltre l’anno. Tutti questi fattori hanno messo in ginocchio un settore già martoriato dalla pandemia e dalle difficoltà della transizione energetica.

La crisi politica in Afghanistan è la ciliegina sulla torta

In un mercato già nettamente squilibrato verso Oriente, con le potenze occidentali fortemente dipendenti dalla Cina per le forniture di materie prime per l’elettronica, il ritiro degli Stati occidentali dall’Afghanistan rischia di peggiorare ancora le cose. L’Afghanistan è uno dei paesi più ricchi al mondo di litio e terre rare, nome comune dato ai minerali da cui si estraggono le materie prime per le batterie, i semiconduttori, appunto. Tutte queste risorse, del valore stimato di oltre trecento miliardi di dollari, ora sono nelle mani dei Talebani, e la Cina, che già controlla il 80% delle materie prime necessarie per la transizione energetica, ha già stretto con loro accordi commerciali. In quest’ottica l’Occidente sembra essere sempre più dipendente dalla superpotenza orientale per quanto riguarda l’approvvigionamento di queste risorse.

Il settore dei veicoli elettrici è il più colpito dalla crisi dei semiconduttori
Il settore dei veicoli elettrici è il più colpito dalla crisi dei semiconduttori. Credit: Pexels.com

Gli obiettivi climatici messi a rischio dalla crisi dei semiconduttori

Appare ora inevitabile, visti gli enormi sforzi che la transizione energetica richiede alle aziende, che gli obiettivi che molti governi si erano posti per contrastare la crisi climatica dovranno essere rimandati. Primo fra tutti il traguardo, imposto in maniera anche un po’ irrealistica dall’UE, di vendere solo veicoli elettrici entro il 2030 per abbattere le emissioni di CO2, o quello di produrre energia elettrica per il 50% da fonti rinnovabili. Anche la transizione digitale, strettamente connessa con quella energetica, subirà un netto rallentamento. Le stime più ottimistiche parlano di metà 2022 per la fine della crisi, ma non manca chi pensa che la crisi si protrarrà per tutto il 2023. Se così fosse le conseguenze sarebbero disastrose, ma c’è anche qualcuno che sembra aver trovato la giusta ricetta per rimanere competitivi, come ad esempio Tesla.

Tesla è l'unica casa a non aver sofferto la crisi dei semiconduttori
Tesla è l’unica casa a non aver sofferto la crisi dei semiconduttori. Credit: InsideEVs.it

Dichiarazione di indipendenza da parte di Tesla

Il costruttore di veicoli elettrici più famoso al mondo è stato l’unico a veder incrementate le proprie vendite nel primo semestre del 2021 e a non soffrire delle conseguenze della crisi. Ci è riuscita grazie a due importanti iniziative. Ha cominciato a produrre in casa le batterie per le proprie auto, rendendosi indipendente dai produttori Cinesi e Giapponesi. Poi ha stilato un accordo con Samsung per la fornitura di chip di ultima generazione per il suo sistema di autopilota. Queste iniziative, insieme all’apertura di un nuovo impianto e alla commercializzazione di due nuovi modelli low cost, la Model 3 e la Model Y, affermatasi la seconda come auto elettrica più venduta al mondo, hanno permesso a Tesla di superare indenne la crisi, almeno per il momento, e di affermarsi come leader indiscusso del mercato delle auto elettriche per i prossimi anni.